8 maggio 2017

XII Lezione Urbinate


 

La Fondazione Carlo e Marise Bo è lieta di invitarvi venerdì 12 Maggio 2017, alle ore 10,  presso l’aula magna del Collegio Raffaello (Piazza della Repubblica 13, Urbino), alla XII Lezione Urbinate “Cosa intendiamo quando parliamo di progresso?” tenuta dal Professor Edoardo Boncinelli 


4 maggio 2017

Julio Cortázar, storia di un cronopio





Storie di cronopios e di fama (1962) si apre come un manuale di sopravvivenza. Le istruzioni per resistere nel “mattone di cristallo” che è il mondo sono scritte in forma di racconto e hanno il passo sostenuto dell’ossessione, del ritmo morboso che non stacca gli occhi dal tempo e che ne teme l’incedere: il pianto avrà durata media di tre minuti, l’orologio da polso comperato dal commesso viaggiatore lascerà spazio all’orrore di minuscoli segni di denti appuntiti sulla carne. L’orologio è ancorato alla nostra pelle, è “un altro frammento fragile e precario” della nostra persona, un oggetto da rincorrere nell’inevitabile discesa del tempo verso la morte. Ed è in questo frangente, nella rincorsa, nel tentativo di tener testa all’orologio che stanno i cronopio, i fama e le speranze.  

Il cronopio è quello che all’uscita del Luna Park si accorge che il suo orologio segna l’ora sbagliata – va indietro di cinque minuti – e guarda i fama procedere ordinati e avanti nel tempo, prima investito da una tristezza e poi sollevato di aver risparmiato ancora qualche minuto di vita sugli altri. Il cronopio è quello che sostituisce l’orologio da parete con un carciofo violetto di provenza inchiodato al muro, stacca le foglie spinose per contare le ore e quando arriva al cuore se lo porta nel piatto e lo divora coi condimenti. Il cronopio prescrive ai pazienti la terapia di comprarsi un mazzo di rose al primo fioraio, se vogliono davvero guarire dall’insonnia, e disegna rondini sul carapace della tartaruga per darle l’illusione di essere veloce come un uccello, e poi rinuncia alla crudeltà del fiore strappato per carezzarne la corolla e mai fa un’agenda di viaggio, egli aspetta di giungere in una città per non trovare da dormire e farsi investire dalle piogge torrenziali. Se le speranze poi si “lasciano viaggiare dalle cose”, i fama invece se ne prendono gran cura, procedono all’imbalsamazione dei ricordi e prima di consumare l’aperitivo si stringono in un girotondo e danzano e “questa danza è detta Allegria del fama”. 

Non è cosa semplice stabilire quanto di un fama vi sia stato in Cortázar, che da solo si schierava dalla parte dei cronopios che giocano con le parole. In un’intervista di Alfredo Barnechea si definirà: “molto serio, estremamente esigente anche con me stesso, inconsapevole (i temi mi arrivano da regioni non controllate dalla mia mente, che è modesta), paradossale (per lottare contro i monoliti ideologici e culturali), innamorato del brusio del mondo, sordo agli elogi, perduto in una vigile astrazione da inguaribile cronopio.” Eppure anche i fama cortazariani sembrano pervasi, per dirla con Calvino, da un istinto, una perdita della ragione “non meno stralunata di quella cronopiesca” e da un equilibrio sempre sul punto di rompersi, esattamente uguale a quello di Horacio Oliveira, protagonista di Rayuela da molti visto come un alter ego dello scrittore.

Così sembra – come era forse ovvio – che un fama si faccia spazio, neanche troppo a fatica, nell’animo del cronopio-Cortázar, cercando di tenerlo a bada e accorrendo ad ascoltarlo quando canta. Il fama è per Cortázar l’ago della bilancia, quello che può tenergli la testa in ordine e che ci riesce nella maestria dello scrittore, nell’abilità con cui Cortázar plasma il linguaggio a sua disposizione. Ma a tenere il filo della narrazione, che a volte disorienta perché pare rigettare le spiegazioni e le parafrasi a tutti i costi, è sempre il cronopio impulsivo e testa calda che scaccia il fama perché, come ha scritto lui “dalla loro alta autorità i fama aiutano moltissimo i cronopios, che se ne fregano”


                                                                            (Cecilia Monina)

27 aprile 2017

Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta: Pirsig e il suo doppio


Ci ha lasciati tre giorni fa Robert Pirsig, autore segnante della controcultura americana e di un’intera generazione, conosciuta come Me Generation, di baby boomers cresciuti. Una cultura giovanile che poggiava sull’urgenza di ritrovare se stessi, sul rovesciamento dei valori delle generazioni precedenti, a cominciare da quella della Grande Depressione, il cui cardine era un’idea di lavoro come di puro sacrificio. Una generazione di giovani rivolti al benessere, all’etica, alla realizzazione di sé che molti oggi etichettano come movimento New Age. Non sono pochi ad aver definito – erroneamente – Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta  un romanzo new age, declassandolo quindi a libro superato, di facile misticismo.

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, uscito negli Stati Uniti nel 1974 (la prima edizione italiana Adelphi è del 1981) si muove invece su due piani: è innanzitutto la storia autobiografica di Pirsig che parte in moto con suo figlio Chris e altri due amici al seguito, muovendosi dalle Pianure Centrali americane verso nord-ovest. Ed è la storia di Fedro, uomo dalla “misteriosa intelligenza solitaria” e alter ego dello scrittore, mondo che Pirsig decide di esplorare perché “non parlare di lui, ormai, sarebbe fuggire qualcosa che non dovrei fuggire affatto”.  Pirsig entra nell’universo-Fedro attraverso dei Chautauqua, delle autointrospezioni che prendono il nome dai Chautauqua ambulanti che attraversavano l’America in largo per portare sotto ad ampi tendoni una forma di dialogo costruttivo che coinvolgesse i locali, un certo tipo di cultura popolare che doveva illuminare l’ascoltatore. Una sorta di analisi psicologica, questa, che oscilla tra il fittizio e il reale e ci consente di vedere oltre il romanzo, fino alla biografia dell’autore – mai come in questo caso imprescindibile – e a quel passaggio, doloroso, della vita di Pirsig, quando negli anni ’60 fu diagnosticato come schizofrenico e  che sembra coincidere con la storia di Fedro, professore di filosofia che soffre di forti crisi nervose tanto da essere sottoposto all’elettroshock. I Chautauqua fungono da scoperta e svelamento del doppio. 

Lo Zen è però anche l’allegoria del sentiero in senso emersoniano, della strada, cioè, ancora da tracciare e di una via nuova e necessaria, imprescindibile per l’individuo, e che si svela – proprio come la figura di Fedro – solo lentamente, solo in itinere:

“Montagne come queste, con i loro viaggiatori e le loro vicende, si ritrovano non solo nella letteratura Zen ma anche nei racconti di tutte le grandi religioni. L’allegoria della montagna fisica per quella spirituale che si erge tra ogni anima e la sua meta è una delle più facili e naturali. Come quelli che ci siamo lasciati dietro nella valle, la maggior parte degli uomini sta a guardare le montagne spirituali per tutta la vita e non ci si avventura mai, accontentandosi di ascoltare quelli che ci sono già stati, e risparmiandosi così ogni avversità. Alcuni vanno sulle montagne accompagnati da guide esperte, altri si sforzano di trovare da soli la loro via. Pochi di questi ultimi hanno successo, ma talvolta qualcuno, aiutato dall’ostinazione, dalla fortuna e dalla grazia, ce la fa.”

  

                                                                               (Cecilia Monina)


11 aprile 2017

Trent’anni senza Primo Levi












Primo Levi si diceva “fisiologicamente incapace di odiare” ed è  alla luce di questa affermazione che dovremmo leggere il ruolo testimoniale della sua opera. Uno dei cardini della sua vita fu piuttosto la necessità di capire, di interrogarsi e trovare risposte su quanto accaduto a partire dall’internamento a Fossoli, il campo per ebrei poco distante da Carpi, e dall’esperienza del lager, da quel Febbraio del 1944 che segnò l’inizio della sua deportazione presso Buna-Monowitz, campo satellite di Auschwitz.  Se questo è un uomo, indubbiamente il suo lavoro più noto, è sì il frutto della sopravvivenza, ma anche del bisogno primigenio di documentare ed esorcizzare l’orrore. È un libro dettato dall’urgenza del racconto e ha l’efficacia del disegno dal vero; Levi riporta la realtà per quella che era, crudele e inspiegabile come “un’offesa, la demolizione di un uomo”.

Rifiutato da alcuni grandi editori e pubblicato per la prima volta nel 1947, in 2500 copie, dalla casa editrice De Silva, ci volle quasi un decennio perché il libro venisse ristampato da Einaudi e considerato necessario per la nostra identità culturale. Scritto subito dopo l’esperienza, quasi con la furia e l’impellenza di rendere “gli altri partecipi”, Se questo è un uomo pone già le basi per La tregua , pubblicato sedici anni più tardi, che Calvino definì “il libro del ritorno, odissea dell’Europa tra guerra e pace”. Nelle pagine conclusive di questa seconda opera che nel 1963 valse a Levi il premio Campiello, è presente una cartina geografica, un tracciato che congiunge Auschwitz a Torino secondo un sentiero tortuoso di linee continue che intrecciano sette diversi paesi. 

E se in Se questo è un uomo gli unici protagonisti sono i prigionieri del campo, cioè i suoi compagni che “popolano la mia memoria della loro presenza senza volto”, La tregua ha invece personaggi dai tratti ben delineati: Mordo Nahum, il greco ebreo di Salonicco  dall’aspetto “insieme rapace ed impedito, quasi di uccello notturno sorpreso dalla luce, o di pesce da preda fuori del suo naturale elemento”, oppure Cesare, il commerciante romano con cui Levi era andato a vendere una cosciuletta (storpiatura di ‘koszula’, camicia in polacco) al mercato di Katowice. Lo sguardo è quello riflessivo, che tende a soffermarsi sulla collettività, sul destino beffardo di chi è stato prigioniero del lager ed è ora e ancora vittima di una seconda interminabile peregrinazione lungo l’Europa ferita dalla guerra, nel tentativo di tornare a casa, di riprendere la vita coi suoi rituali quotidiani.

Ma Primo Levi non è solo lo scrittore-testimone del Novecento, non solamente l’autore che con lucidità e distacco rielaborò l’esperienza della Shoah nel saggio I sommersi e i salvati (titolo che aveva pensato originariamente per Se questo è un uomo), arrivando alla conclusione che quanto avvenuto potrebbe accadere di nuovo nella sua ineluttabilità.
Primo Levi parlò anche di letteratura come di destino preordinato dell’individuo,  e lo fece con una dichiarazione poetica, con un libro-manifesto che gli fu suggerito da Giulio Bollati e che oggi è collocato in apertura al volume II delle OpereComplete (a cura di Marco Belpoliti) col titolo La ricerca delle radici. 

Si tratta di una antologia personale che raccoglie i modelli letterari dello scrittore, una proposta di itinerario ideale tra i testi che lo hanno formato, un tentativo di riordinare letture spesso dettate da casualità o istinto. Levi sostiene che la ricerca delle proprie radici è “opera notturna e viscerale”, è un modo di scavare nell’inconscio alla scoperta delle ragioni che hanno condotto a prediligere uno o un diverso autore pur consci di non poter giungere a una risposta univoca o a una soluzione e si accosta alla stesura di questa antologia, di questi “cappelli” che dovrebbero giustificare le sue scelte, con la curiosità di scoprirsi, e tracciando di sé il più autentico autoritratto che di lui ci resta:

«Quanto delle nostre radici viene dai libri che abbiamo letti? Tutto, molto, poco o niente: a seconda dell’ambiente in cui siamo nati, della temperatura del nostro sangue, del labirinto che la sorte ci ha assegnato. Non c’è regola.»
                                                                                                              

(Cecilia Monina)
                                                                                                                
                                                                                                                                                                                                                                                                                     

4 aprile 2017

Conferenza: Fenomeni immigratori: implicazioni di carattere sanitario


Per il ciclo "L'integrazione in Europa"


il 5 aprile 2017, alle ore 17.00 
presso Palazzo Passionei Paciotti, Via Valerio 9 Urbino



il prof. Giorgio Brandi 
(DISB, Dipartimento di Scienze Biomolecolari)

e il dott. Augusto Liverani 
Dirigente medico Distretto Sanitario Urbino-Urbania


terranno una conferenza sul tema:

Fenomeni immigratori: implicazioni di carattere sanitario





La Fondazione Bo Vi aspetta numerosi

30 marzo 2017

Presentazione del volume "Pasolini oggi"


La Fondazione Carlo e Marise Bo è lieta di invitarvi, oggi giovedì 30 marzo alle ore 17.00, alla presentazione del volume Pasolini oggi. Fortuna internazionale e ricezione critica, a cura di A. Felice, A. Larcati e A. Tricomi.

Interverranno Angela Felice, Antonio Tricomi e Gualtiero De Santi. Moderatore: Salvatore Ritrovato.





17 marzo 2017

"DONNA E POESIA"

Oggi la biblioteca ricorda con grande entusiasmo la poesia, in particolar modo la poesia latino-americana e non con i soliti "Poeti" , questa volta si parlerà di Poetesse.
Poetesse che hanno cambiato l'itinerario storico letterario della letteratura Ispano-americana e non solo .
Donne che hanno lottato per affermare i propri diritti, donne coraggiose e forzute come gli steli di un fiore, anche se reciso fino alla radice, torna in vita , rinasce e prevale mostrando la sua bellezza e delicatezza.

Ne ricordiamo alcune :

Claribel Alegria (Nicaragua,1924),.
E' una poetessa, giornalista, scrittrice e traduttrice nicaraguense, autrice anche di alcuni saggi. E' considerata la maggiore esponente della "Letteratura del Centro America".

Tra le sue raccolte di poesie segnaliamo:Anillo de Silencio (1948), Vigilias (1953), Acuario (1955),Huésped de mi tiempo (1961),vía única(1965),Aprendizaje (1970),Pagaré acobrar (1977), Poesía viva (antología,1983),Umbrales(1997),Mitos y delitos (2008).


"ARS POÉTICA" 
Yo, 
poeta de oficio,
candenada tantas veces
a ser cuervo
jamás me cambiaría
por la Venus de Milo:
mientras reina en el Louvre
y se muere de tedio
y junta polvo 
yo descubro el sol 
todos los días
y entre valles 
volcanes 
y despojos de guerra 
avizoro la tierra prometida.

Stella Díaz Varín (Cile,1926-2006)
E' stata una poetessa cilena della generazione degli anni 50. Il suo stile profondo e filosofica, così come la sua controversa personalità, ha segnato la poesia cilena. Dopo il golpe militare del 1973 ha dovuto subire la repressione e l'emarginazione. Ha pubblicato i libri "Razón de mi ser"(1949),"Sinfonia del Hombre fósil"(1953),"Tiempo, medida imaginaria"(1959),"Los dones previsibles"(1996) e tante altre.


  " LA PALABRA"
  
 Una sola  será mi lucha                                         
Y mi triunfo;
Encontrar la palabra escondida
aquella vez de nuestro pacto secreto
a pocos días de terminar la infancia.
Debes recordar
dónde la guardaste.
Debiste pronunciarla siguiera una vez..
Ya la habría encontrado
Pero tienes razón ese era el pacto.
Mira cómo está mi casa,desarmada.
Hoja por hoja mi casa, de pies a cabeza.
Y mi huerto, forado permanente 
Y mis libros cómo mi huerto,
Hojeado hasta el deshilache
Sin termina a la busqueda y el tiempo.
Vencida y condenada
Por no hallar la palabra que escondiste.



Alexandra Pizarnik (Buenos Aires 1936-1972)

Considerata una delle maggiori poetesse dell'America Latina, la sua influenza è stata enorme per le nuove generazioni di scrittori.
Tra i suoi libri si ricordano:"Tierra más ajena"(1955) , "La  última inocencia"(1956), "Los trabajos y las noches"(1965),"El infierno musical"(1971), "Extracción de la piedra de la locura"(1968) e tante altre opere.