21 giugno 2017

La ricorrenza di oggi: NICCOLO' MACHIAVELLI muore 490 anni fa!

NICCOLO' MACHIAVELLI

Nasce nel 1469 a Firenze, è stato uno scrittore e filosofo, in particolare in campo politico.
"Il suo pensiero ha lasciato un'impronta indelebile nel campo dello studio dell'organizzazione politica e giuridica grazie, in particolar modo, ad un'elaborazione del pensiero politico assai originale per l'epoca, elaborazione che lo ha portato a maturare una separazione netta, sul piano della prassi, della politica dalla morale."

La sua opera maestra è il Prìncipe, dove si danno delle dritte su come entrare in possesso e gestire un regno e quali sono le qualità di un Principe.

Eccovi un simpatico passaggio per omaggiarlo:

"A uno principe adunque non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità*, ma è bene necessario parere di averle; anzi ardirò di dire questo: che, avendole e osservandole sempre, sono dannose, e, parendo di averle, sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, intero, religioso, ed essere; ma stare in modo edificato con lo animo che, bisognando non essere, tu possa e sappia diventare il contrario. E hassi a intendere questo, che uno principe e massime uno principe nuovo non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono chiamati buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia uno animo disposto a volgersi secondo che e’ venti della fortuna e la variazione delle cose gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato."

*le soprascritte qualità: si tratta delle qualità di un Principe elencate nel capitolo XV di questa stessa opera

Insomma veramente originale il nostro Niccolò! Ciò che ci dice qui è quanto sia importante per un governante saper fingere, dissimulare, far finta di possedere le virtù attribuibili ad un re, senza necessariamente possederle davvero. Ci dice di più: se un uomo le avesse tutte, la cosa risulterebbe dannosa!!


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JS

20 giugno 2017

MI PRESENTO! PERCHE' LEGGERE? PERCHE' SCRIVERE?

MI PRESENTO!

Sono Jessica Sani, 21 anni, quasi 22. Mi dimentico sempre l'età esatta. A volte potrei rispondere che ho 20 anni, altre volte sono ferma a 14, da quante volte alla scuola superiore mi sono dovuta presentare in lingua ormai l'ho stampato in testa: Hello, I'm Jessica and I'm fourteen years old! Salut, Je m'appelle Jessica et j'ai quatorze ans! Hola, me llamo Jessica y tengo catorce años!
Capitan Ovvio, studio lingue straniere a Urbino e sto facendo questo stage per l'università, tappa obbligatoria che mi darà diritto ai crediti previsti e necessari nel mio percorso di studi.
Come tanti prima di me e come tanti dopo di me, in queste settimane sarà anche mio compito tenere attivo il blog e la pagina Facebook della Fondazione Carlo e Marise Bo. Allora visto che sarò io ad allietarvi per un pò, ho piacere di presentarmi! Io al vostro posto avrei piacere di conoscere un pò la persona che sta scrivendo ciò che io leggo.
Che dire, i miei argomenti saranno con tutta probabilità di letteratura e di attualità, non mancheranno le altre culture e forse neanche le mie esperienze personali, se mi sarà concesso. Il resto...lo scoprirete solo leggendo!!



PERCHE' LEGGERE?

Buona domanda. Perchè leggere questa rubrica della Fondazione?
Siccome chi scriverà per il prossimo mese sarò io, vi dico che dovreste leggere perché leggere fa bene, è confrontarsi con il pensiero altrui, e il pensiero altrui fa sempre bene! E poi perché sono una ragazza come voi che quindi scriverà principalmente su argomenti che le interessano. Di default, c'è un'alta probabilità che siano questioni che interessano anche voi! oggi potrebbe interessarmi dell'attentato a Parigi, domani potrei scrivere a proposito di dieta, e domani l'altro chissà, se non leggete non lo saprete!!


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PERCHE' SCRIVERE?

Perché scrivere ci fa ancora più bene che leggere! Sì, secondo me ci aiuta a scavare dentro di noi e a conoscerci meglio! Quindi io ci credo molto in questa esperienza che mi aspetta, ecco perché.

Buona lettura!

Jessica Sani



       BIBLIOTECA CHE DATA 200 ANNI RITROVATA INTATTA A BOUILLON, BELGIO
       (Pubblicato il  20-06-2017 Tradotto da JS a partire dall'articolo di Claire Conruyt in Le Figaro)

La bibliothèque recèle 182 ouvrages exceptionnels des 18e et 19e siècles.
La biblioteca di Bouillon, Belgio



  Nulla si era mosso in questo gabinetto scoperto da un esperto di saloni di vendita a Bruxelles. Al di là del mobilio, in uno stato eccellente, contiene una collezione di più di 180 libri rari del XVIII e XIX secolo. Un insieme di ritrovamenti messi all'asta quest'oggi, martedì 20 giugno.

"E' estremamente raro inciampare in una biblioteca così autentica. E' stato come essere catapultato nel XVIII secolo con una macchina del tempo. Tutti i libri sono perfettamente conservati e sembrano essere appena usciti da una stampante dell'epoca, nella loro copertina cartacea originale", afferma Henri Godts.

Questo esperto di saloni di vendite a Bruxelles ha fatto la sensazionale scoperta di una biblioteca bi-centenaria. Questa apparteneva ad un intellettuale francese che si era rifugiato a Bouillon, città francofona del Belgio, situata nella provincia di Luxembourg, per sfuggire alla rivoluzione del 1789 della quale non tollerava gli eccessi. La stanza è stata ritrovata esattamente come il suo proprietario l'aveva lasciata. Sono stati i parenti superstiti a recarsi da Henri Godts e informarlo dell'esistenza di questo vero tesoro.

Per vedere il testo originale clicca qui
                                                                                                                                                        Jessica Sani


7 giugno 2017

Ripubblicazione di "Tynset" di Wolfgang Hildesheimer




La Fondazione Bo vi invita a partecipare alla prossima manifestazione culturale programmata per Mercoledì 14 giugno alle ore 17.00 nel salone di Palazzo Passionei, riguardante la ripubblicazione di "Tynset" di Wolfgang Hildesheimer.







8 maggio 2017

XII Lezione Urbinate


 

La Fondazione Carlo e Marise Bo è lieta di invitarvi venerdì 12 Maggio 2017, alle ore 10,  presso l’aula magna del Collegio Raffaello (Piazza della Repubblica 13, Urbino), alla XII Lezione Urbinate “Cosa intendiamo quando parliamo di progresso?” tenuta dal Professor Edoardo Boncinelli 


4 maggio 2017

Julio Cortázar, storia di un cronopio





Storie di cronopios e di fama (1962) si apre come un manuale di sopravvivenza. Le istruzioni per resistere nel “mattone di cristallo” che è il mondo sono scritte in forma di racconto e hanno il passo sostenuto dell’ossessione, del ritmo morboso che non stacca gli occhi dal tempo e che ne teme l’incedere: il pianto avrà durata media di tre minuti, l’orologio da polso comperato dal commesso viaggiatore lascerà spazio all’orrore di minuscoli segni di denti appuntiti sulla carne. L’orologio è ancorato alla nostra pelle, è “un altro frammento fragile e precario” della nostra persona, un oggetto da rincorrere nell’inevitabile discesa del tempo verso la morte. Ed è in questo frangente, nella rincorsa, nel tentativo di tener testa all’orologio che stanno i cronopio, i fama e le speranze.  

Il cronopio è quello che all’uscita del Luna Park si accorge che il suo orologio segna l’ora sbagliata – va indietro di cinque minuti – e guarda i fama procedere ordinati e avanti nel tempo, prima investito da una tristezza e poi sollevato di aver risparmiato ancora qualche minuto di vita sugli altri. Il cronopio è quello che sostituisce l’orologio da parete con un carciofo violetto di provenza inchiodato al muro, stacca le foglie spinose per contare le ore e quando arriva al cuore se lo porta nel piatto e lo divora coi condimenti. Il cronopio prescrive ai pazienti la terapia di comprarsi un mazzo di rose al primo fioraio, se vogliono davvero guarire dall’insonnia, e disegna rondini sul carapace della tartaruga per darle l’illusione di essere veloce come un uccello, e poi rinuncia alla crudeltà del fiore strappato per carezzarne la corolla e mai fa un’agenda di viaggio, egli aspetta di giungere in una città per non trovare da dormire e farsi investire dalle piogge torrenziali. Se le speranze poi si “lasciano viaggiare dalle cose”, i fama invece se ne prendono gran cura, procedono all’imbalsamazione dei ricordi e prima di consumare l’aperitivo si stringono in un girotondo e danzano e “questa danza è detta Allegria del fama”. 

Non è cosa semplice stabilire quanto di un fama vi sia stato in Cortázar, che da solo si schierava dalla parte dei cronopios che giocano con le parole. In un’intervista di Alfredo Barnechea si definirà: “molto serio, estremamente esigente anche con me stesso, inconsapevole (i temi mi arrivano da regioni non controllate dalla mia mente, che è modesta), paradossale (per lottare contro i monoliti ideologici e culturali), innamorato del brusio del mondo, sordo agli elogi, perduto in una vigile astrazione da inguaribile cronopio.” Eppure anche i fama cortazariani sembrano pervasi, per dirla con Calvino, da un istinto, una perdita della ragione “non meno stralunata di quella cronopiesca” e da un equilibrio sempre sul punto di rompersi, esattamente uguale a quello di Horacio Oliveira, protagonista di Rayuela da molti visto come un alter ego dello scrittore.

Così sembra – come era forse ovvio – che un fama si faccia spazio, neanche troppo a fatica, nell’animo del cronopio-Cortázar, cercando di tenerlo a bada e accorrendo ad ascoltarlo quando canta. Il fama è per Cortázar l’ago della bilancia, quello che può tenergli la testa in ordine e che ci riesce nella maestria dello scrittore, nell’abilità con cui Cortázar plasma il linguaggio a sua disposizione. Ma a tenere il filo della narrazione, che a volte disorienta perché pare rigettare le spiegazioni e le parafrasi a tutti i costi, è sempre il cronopio impulsivo e testa calda che scaccia il fama perché, come ha scritto lui “dalla loro alta autorità i fama aiutano moltissimo i cronopios, che se ne fregano”


                                                                            (Cecilia Monina)

27 aprile 2017

Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta: Pirsig e il suo doppio


Ci ha lasciati tre giorni fa Robert Pirsig, autore segnante della controcultura americana e di un’intera generazione, conosciuta come Me Generation, di baby boomers cresciuti. Una cultura giovanile che poggiava sull’urgenza di ritrovare se stessi, sul rovesciamento dei valori delle generazioni precedenti, a cominciare da quella della Grande Depressione, il cui cardine era un’idea di lavoro come di puro sacrificio. Una generazione di giovani rivolti al benessere, all’etica, alla realizzazione di sé che molti oggi etichettano come movimento New Age. Non sono pochi ad aver definito – erroneamente – Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta  un romanzo new age, declassandolo quindi a libro superato, di facile misticismo.

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, uscito negli Stati Uniti nel 1974 (la prima edizione italiana Adelphi è del 1981) si muove invece su due piani: è innanzitutto la storia autobiografica di Pirsig che parte in moto con suo figlio Chris e altri due amici al seguito, muovendosi dalle Pianure Centrali americane verso nord-ovest. Ed è la storia di Fedro, uomo dalla “misteriosa intelligenza solitaria” e alter ego dello scrittore, mondo che Pirsig decide di esplorare perché “non parlare di lui, ormai, sarebbe fuggire qualcosa che non dovrei fuggire affatto”.  Pirsig entra nell’universo-Fedro attraverso dei Chautauqua, delle autointrospezioni che prendono il nome dai Chautauqua ambulanti che attraversavano l’America in largo per portare sotto ad ampi tendoni una forma di dialogo costruttivo che coinvolgesse i locali, un certo tipo di cultura popolare che doveva illuminare l’ascoltatore. Una sorta di analisi psicologica, questa, che oscilla tra il fittizio e il reale e ci consente di vedere oltre il romanzo, fino alla biografia dell’autore – mai come in questo caso imprescindibile – e a quel passaggio, doloroso, della vita di Pirsig, quando negli anni ’60 fu diagnosticato come schizofrenico e  che sembra coincidere con la storia di Fedro, professore di filosofia che soffre di forti crisi nervose tanto da essere sottoposto all’elettroshock. I Chautauqua fungono da scoperta e svelamento del doppio. 

Lo Zen è però anche l’allegoria del sentiero in senso emersoniano, della strada, cioè, ancora da tracciare e di una via nuova e necessaria, imprescindibile per l’individuo, e che si svela – proprio come la figura di Fedro – solo lentamente, solo in itinere:

“Montagne come queste, con i loro viaggiatori e le loro vicende, si ritrovano non solo nella letteratura Zen ma anche nei racconti di tutte le grandi religioni. L’allegoria della montagna fisica per quella spirituale che si erge tra ogni anima e la sua meta è una delle più facili e naturali. Come quelli che ci siamo lasciati dietro nella valle, la maggior parte degli uomini sta a guardare le montagne spirituali per tutta la vita e non ci si avventura mai, accontentandosi di ascoltare quelli che ci sono già stati, e risparmiandosi così ogni avversità. Alcuni vanno sulle montagne accompagnati da guide esperte, altri si sforzano di trovare da soli la loro via. Pochi di questi ultimi hanno successo, ma talvolta qualcuno, aiutato dall’ostinazione, dalla fortuna e dalla grazia, ce la fa.”

  

                                                                               (Cecilia Monina)